Il tema della meritocrazia torna ciclicamente sotto i riflettori, soprattutto in tempo di scandali che periodicamente scoppiano nel nostro paese da svariati decenni a questa parte.
Giorni fa riflettevo però sulle implicazioni di un tale sistema.
Innanzi tutto cosa si intende per meritocrazia? Secondo Wikipedia questo:
La meritocrazia è una forma di governo dove le cariche amministrative, le cariche pubbliche, e qualsiasi ruolo che richieda responsabilità nei confronti degli altri, è affidata secondo criteri di merito, e non di appartenenza lobbistica, familiare (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).
Ora il problema di questa “definizione” è che, di fatto… non è una definizione. Infatti il grosso problema sta proprio nel capire cos’è quel merito che garantirebbe l’accesso alle posizioni di governo o di responsabilità.
Quando si parla di meritocrazia, infatti, mi sembra che si faccia sempre riferimento ad una visione soggettiva di cosa sia meritorio, dove sicuramente ciascuno include se stesso nella classe delle persone meritevoli quando, in realtà, in una società con una certa definizione oggettiva di merito quella stessa persona sarebbe inadatta a coprire qualsiasi carica, proprio perché non meritevole.
Allora, quando si parla di meritocrazia di cosa si parla?
In realtà ho l’impressione che si faccia riferimento ad un sistema che idealmente seleziona un insieme di persone (che per forza di cose deve essere limitato) ma che in realtà non ha i mezzi per definire alcun criterio per effettuare questa selezione. Tutti sono meritevoli dal loro punto di vista.
Secondo me, se ad un certo punto, una qualche autorità introducesse una lista oggettiva di criteri di merito per l’accesso ai ruoli di responsabilità che tagli fuori l’80% della popolazione, credo che ci sarebbe una rivolta piuttosto che delle manifestazioni di giubilo per aver finalmente ottenuto una “meritocrazia”. Dico 80% perché ritengo implicito nella meritocrazia una selezione abbastanza serrata, altrimenti l’efficacia della selezione diminuisce.
Lo stesso discorso si applica anche quando si parla di eccellenza (parola con cui spesso ci si riempie la bocca in svariati ambiti). L’eccellenza è legata ovviamente alla meritocrazia, ma è più stringente. Tende infatti ad aumentare la percentuale delle persone “inadatte” ad assolvere a certi compiti. Diciamo il 99% delle persone.
Che significa? Significa che se vogliamo fare eccellenza, il 99% delle persone, aziende, ricercatori, quello che volete… Non avrà accesso a finanziamenti, incentivi, etc. Proprio per la definizione stessa di eccellenza.
E’ quindi concretamente possibile parlare di meritocrazia (e di eccellenza) oppure è solo un’utopia?
Io opterei piuttosto per la seconda opzione.
Un piccolo racconto scritto per un concorso letterario. La peculiarità del racconto è la sua autoreferenza. Un racconto che parla di un racconto che parla di se stesso. E guarda caso il titolo principale è lo stesso di quello che viene citato nel testo… Potrebbe essere lui stesso il racconto in questione, aumentando i livelli di autoreferenza!
Per uno strano scherzo del destino, accettai un lavoro che avevo usato come titolo di un mio racconto: “Il Correttore di Bozze”. Era curioso trovarsi a fare ciò che tanto tempo prima avevo immaginato e scritto in quelle pagine rimaste senza lettori.
Il racconto parlava di uno scrittore agli esordi, che si ritrova a fare il correttore di bozze. Aveva accettato quel lavoro perché si illudeva che da quella posizione avrebbe avuto più occasioni per interagire con chi poteva aprire ai suoi libri le porte delle librerie. Ma l’illusione era rimasta tale.
Alla frustrazione di dover correggere racconti insulsi che lui stesso sentiva di poter scrivere cento volte meglio, reagì facendo qualcosa di apparentemente insensato. Decise di sfruttare quegli stessi racconti per veicolare il Suo racconto. Le sue correzioni iniziarono ad avere un doppio fine: inserire il testo del Suo racconto tra le righe di quello da correggere, senza alterarne il significato.
Il mio personaggio aveva una grande passione per questo tipo di giochetti da Settimana Enigmistica, ed essendo io il suo autore, questa era anche una mia passione. Decisi, senza un motivo particolare, di mimare il mio personaggio facendo il suo stesso doppio gioco. Anche perché di racconti insulsi, tra le mani, me ne passavano a iosa.
Dopo alcuni mesi ricevetti una strana telefonata: “Il suo racconto mi è piaciuto molto”.
Al suono di quelle parole mi si gelò il sangue. “Mi scusi, ma di quale racconto parla?”. “Lo sa benissimo”, rispose la voce. “Il Correttore di Bozze! Abbiamo deciso di pubblicarlo e…”, dopo una piccola pausa continuò: “se vuole può correggere lei stesso la bozza!”.
Non avrei mai pensato di vivere lo stesso finale del mio racconto: l’editore aveva capito come leggere quello che avevo scritto tra le righe.
Durante un suo intervento alla “Giornata dell’apprendistato”, il viceministro Martone ha affermato che “laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati”.
Le reazioni sono state abbastanza indignate e, francamente, non ne vedo la ragione.
Il viceministro ha fondamentalmente detto una cosa vera, anche se poteva utilizzare un termine più appropriato. Ma la sostanza non cambia.
È abbastanza evidente che la società moderna si sia trasformata, complice globalizzazione e nuove tecnologie, in un sistema in cui:
Tutto ciò ha delle implicazioni abbastanza evidenti.
La prima è che non ci si può più permettere di smettere di studiare. Mentre in passato la laurea era un “traguardo”, oggi probabilmente non è neanche un punto di partenza.
La seconda è che i lavori che non richiedono specializzazioni particolari hanno una disponibilità di “risorse umane” (termine che non amo) praticamente infinita.
Come si sopravvive in un simile scenario?
L’unica strada è quella di trovare qualcosa che renda unica e indispensabile la nostra “presenza” in questo ambiente. Bisogna trovare un valore aggiunto che solo un individuo (o una piccola percentuale di essi) può fornire. Se si rimane nella media, non si potrà andare troppo lontano.
Infatti, vista la grande disponibilità di persone capaci di fare cose nella media, ci sarà sicuramente qualcuno capace e disposto a fare il lavoro ad un prezzo più basso, mettendoci di fatto fuori dai giochi.
Tornando al ventottenne che non è ancora laureato è abbastanza chiaro che, in questo scenario, stia palesemente sbagliando qualcosa. Sta sbagliano perché così facendo si sta mettendo in una posizione, se non media, probabilmente al di sotto della media. Il che, per quanto detto sopra, non è per nulla una buona idea. Sarebbe quindi opportuno che rivalutasse alcuni dei suoi obiettivi.
Credo sia chiaro che qui si sta parlando di una precisa classe di persone. Chi ha già trovato un modo per rendersi “unico”, che si iscrive ad una facoltà per poter apprendere nuove cose e che tecnicamente si laureerà a molto più di ventotto anni non rientra in questa categoria.
C’è anche il caso dello “studente lavoratore”… Anche qui le cose putroppo rimangono invariate. Se la situazione non permette di procedere abbastanza velocemente, si rischia di arrivare ad avere una laurea molto in ritardo. Il che dovrebbe far porre la domanda se quel tempo non sia meglio investirlo in un altro modo, per poter sviluppare qualcosa che sia al di sopra della media in un altro ambito. Soprattutto considerando quanto detto sopra, ovvero che la laurea è ormai un punto di partenza e garantisce ben poco se non accompagnata da altri propositi.
Quando dico “al di sopra della media” non sto parlando di cose geniali che solo un Einstein potrebbe concepire. Mi riferisco a pensare/creare qualcosa per cui “il cliente” sia disposto a pagare un prezzo più alto rispetto alla media (il che oggigiorno, visti gli standard di qualità a cui siamo abituati, potrebbe anche significare “fare bene” il proprio lavoro)
Ma questo, in realtà, può essere di tutto: dal mettere dei fiori di lavanda dentro le scatole con cui imballiamo i vestiti del nostro negozio, fino ad inventarsi un servizio online che sia talmente utile che la gente non possa farne a meno.
Per realizzare molte di queste idee non è neanche necessaria una laurea.
È invece cruciale sapersi guardare attorno e, quindi, continuare a studiare. Soprattutto dopo una eventuale laurea.
Questi sono dei fatti. Certo, non credo sia un mondo ideale, ma è il mondo in cui viviamo ed è bene tenerlo presente.
Il vice ministro, seppur in modo maldestro, ce lo ha ricordato. E se non lo avesse fatto lui probabilmente ci avrebbe pensato, prima o poi, la realtà stessa.
Quando avrete finito tutti i vostri giochi di borsa, mandato in fallimento gli stati sovrani, depredato le economie e derubato milioni di lavoratori, allora supplicherete in ginocchio davanti all’ultimo contadino rimasto, piangendo come vitelli e pregandolo di accettare tutto il vostro oro in…
Il prossimo Luglio la mia carta d’identità scadrà. Siccome vivo all’estero ho deciso di approfittare della mia presenza in Italia per le vacanze natalizie per rinnovare la suddetta.
Piccolo flashback. Nel 2007, quando feci l’ultimo rinnovo andai allo sportello per richiedere una carta d’identità elettronica. Ero stufo di farmi guardare strano da tutti gli ufficiali di frontiera degli aeroporti che, alla vista di quel “fazzoletto di carta” malandato con la foto attaccata con la spillatrice, stentavano a credere ai loro occhi.
Tutto procedeva senza problemi ma quando l’addetto mi chiese dove risiedevo le cose presero una piega diversa. Il loro software aveva solamente i codici dei comuni italiani e siccome io ero residente all’estero non era possibile procedere con la stampa della carta d’identità elettronica: ero condannato a ricevere ancora una volta quel “fazzoletto di carta” con la foto attaccata con la spillatrice e farmi ridere appresso da tutti gli ufficiali di frontiera per i prossimi 5 anni.
La cosa bella è che alle nonnine di 90 anni che andavano a rinnovare la carta d’identità proponevano di fare quella elettronica… A quelle povere donne che per tutta la vita avevano usato il “fazzoletto di carta” e che probabilmente non metteranno mai più piede fuori dal suolo Italiano volevano fare le carte elettroniche. A me che praticamente sul suolo italiano ci passo meno di un mese all’anno la carta d’identità elettronica “Europea” non potevano farla. Bah.
Fast forward ad oggi. Vado al comune speranzoso.
Allo sportello non c’è nessuno e ci sono 3 persone nella stanza… Aspettiamo fiduciosi. Dopo un po’ si affaccia l’addetto e ci dice che per la mattinata sono pieni.
Praticamente, per richiedere la carta d’identità elettronica bisogna prendere un bigliettino all’apertura dell’ufficio e solo quelli che se lo accaparrano saranno serviti. Gli altri dovranno ritornarci.
L’addetto ci comunica che se ne distribuiscono sei la mattina e sei il pomeriggio.
Erano le 10:30 e c’erano 4 persone in fila (me compreso). Ammettendo che l’ufficio chiuda alle 12:00 e che per una carta d’identità ci vogliano 20 minuti (come specificato in uno dei tanti avvisi con cui era tappezzata la parete)… Ci sarebbe stato abbondantemente il tempo per fare le carte d’identità a tutti e 4!
Ma niente. Bisogna ritornare il pomeriggio.
Bene (anzi malissimo!)
Ricordandomi dell’esperienza avuta 5 anni prima, spiego all’addetto cosa successe l’ultima volta che tentai di farmi fare una carta d’identità elettronica. Con mio grande disappunto l’addetto mi comunica che effettivamente anche oggi, dopo 5 anni, non avrebbero potuto darmi questa benedetta carta elettronica per lo stesso motivo.
Non mi resta che dirigermi verso la sede di circoscrizione dove, ancora una volta, mi stampano un “fazzoletto di carta” con la foto attaccata con la spillatrice che mi accompagnerà per i prossimi 10 anni!!!
Insomma tra addetti nullafacenti e software non aggiornati credo che io la carta d’identità elettronica non la vedrò mai.
Nell’ultimo post parlavo di una “dieta” riguardante i social networks… Non ho mai scritto un follow-up sull’esperimento. Ne approfitto per farlo ora, soprattutto perché proprio oggi leggevo un interessantissimo articolo su come i “social media” stanno rovinando i nostri cervelli.
La tesi esposta in questo articolo è la seguente: il frequentare assiduamente i siti di social networking, dove tutto è molto succinto e ad alta velocità, riconfigura il nostro cervello diminuendone la capacità di concentrazione e di assimilazione di contenuti voluminosi (http://singularityhub.com/2011/12/13/how-social-media-is-ruining-your-mind/)
Tornando all’esperimento descritto nell’ultimo post mi trovo d’accordo con quanto esposto in quest’articolo. Qui di seguito faccio un breve resoconto della mia personalissima esperienza di detox dai social network.
La cosa più soprendente di questo esperimento è che, una volta uscito dal “ciclo della dopamina”, avevo l’impressione di avere talmente tanto tempo da dedicare alle cose che avevo da fare che quasi non sapevo più come impiegarlo.
Proprio così… Il fatto di “non avere tempo” per approfondire qualcosa a cui si è interessati o fare un’attività non era più un problema perché di tempo avevo l’impressione di averne a iosa.
Inoltre, il fatto di non avere interruzioni ha notevolmente aumentato la mia capacità di concentrazione. Ho passato molte delle serate a leggere libri prendendo appunti con carta e penna! Proprio così, senza utilizzare una tastiera! Un’esperienza illuminante, soprattutto dopo anni testi scritti premendo su dei tasti.
Mi sono reso conto anche del fatto che una volta ricominciato a fare login nei social networks, il “ciclo della dopamina” ci ha messo poco a ripristinarsi. Oggi, infatti, mi trovo spesso a leggere i link suggeriti dai miei contatti, sprecando molto tempo in attività tutto sommato con poca utilità… Sempre con l’impressione di non avere mai abbastanza tempo.
Che sia ora di rimettersi a dieta?
Negli ultimi giorni sono incappato in due cose interessantissime.
La prima riguarda la “internet addiction”: quella spinta che ci porta continuamente a sentire l’esigenza di controllare le email, vedere se ci sono nuovi tweet, status update, SMS, nuovi blog posts, etc. etc. Il tutto in un circolo vizioso (soprattutto perché i social network sono costruiti proprio attorno a questa “debolezza”. Un po’ come il gioco d’azzardo)
Sembrerebbe che questa addiction sia dovuta alla dopamina, una sostanza che controlla l’umore, la motivazione ed il senso della ricompensa. E sembrerebbe che sia proprio la dopamina che ci porta a cercare questi “piaceri”…
L’altra riguarda un piccolo talk che ho visto passare su TED: “Try something new for 30 days”. Il concetto è molto semplice: scegliere qualcosa che si vuole provare e darsi l’obiettivo di “praticarla” per 30 giorni. Alla fine del periodo si può scegliere se continuare e rendere permanente la nuova abitudine oppure se lasciar perdere. Alla base c’é l’idea che per poter veramente giudicare qualcosa bisogna sperimentarla per un periodo sufficientemente lungo.
Ultimamente mi sono ritrovato a perdere abbastanza tempo appresso ai social network, blog, etc. con evidenti ripercussioni sulla produttività. Credo che ciò che si descrive nell’articolo sulla internet addiction mi riguardi un po’ da vicino, soprattutto per quanto riguarda il circolo vizioso.
Certo, non è che passi l’intera giornata ed i weekend attaccato ai social network; spesso ci sono giorni in cui non li consulto neanche. Tuttavia mi sono reso conto che quando voglio iniziare un’attivita extra-lavorativa per approfondire un argomento (e.g., imparare un nuovo linguaggio di programmazione) oppure creare dei contenuti (e.g., scrivere qualche articolo tecnico o qualche articolo per il blog) tendo spesso a fare un “check” preventivo di ciò che accade sui social network e da lì inizia una sequenza di link-following che praticamente finisce per occuparmi fino ad esaurire tutto il tempo che avevo a disposizione. Tempo che se avessi speso diversamente ora conoscerei approfonditamente una decina di linguaggi di programmazione e questo blog non sarebbe così scarno :)
Quindi… Dieta!
Per i prossimi 30 giorni mi propongo di NON consultare alcun social network né di seguire alcun link proveniente dai suddetti. L’unica cosa che posso fare nel tempo libero è iniziare delle attività formative o di produzione contenuti.
E se proprio non ho voglia di intraprendere tali attività, l’alternativa è quella di spegnere il computer e fare altro.
P.S.: Ho iniziato a fare colazione giornalmente :) Per il momento non ci sono cambiamenti di rilievo.
Oggi ho letto un articolo impressionante… lo trovate qui. Il titolo è molto curioso: ”Do you suffer from decision fatigue?” che suona più o meno come “soffri di stanchezza da decisione?”
In pratica diversi studi hanno appurato che la nostra forza di volontà è una sorta di “energia mentale” che esiste in quantità limitate ed è soggetta ad esaurimento.
Ogni volta che siamo costretti a prendere decisioni, più queste sono complesse più consumano la nostra riserva di forza di volontà e, di conseguenza, il nostro self-control.

Il risultato è che siamo meno disposti a prendere decisioni pertinenti oppure a resistere alle tentazioni, proprio perché non abbiamo più l’energia per gestire correttamente queste attività.
È interessante notare che qualsiasi tipo di decisione diminuisce questa riserva di energia, da quelle più banali come la scelta del vestito da indossare per andare a lavoro, fino a quelle più complesse come chi assumere o che casa comprare.
Ma cosa c’entra il glucosio? Negli esperimenti condotti per verificare l’esistenza del legame tra il prendere decisioni e l’esaurimento della forza di volontà si è notato che si poteva riportare questa energia mentale a livelli normali ingerendo del glucosio.
Tutto questo spiega perché la compilazione di una lista di nozze può mettere a tappeto i futuri sposi, senza parlare degli altri dettagli del matrimonio, ma anche perché lo shopping, dipendentemente da come lo si fa, può risultare molto sfiancante e più costoso del previsto.
In uno degli esperimenti, infatti, si facevano scegliere agli acquirenti di un’automobile le caratteristiche che questa avrebbe dovuto avere. Le domande erano poste in ordine diverso. Ad un cliente si chiedeva prima di scegliere tra i 4 tipi di leva del cambio, poi tra le 25 configurazioni del motore ed infine tra i 56 colori dell’interno. Con un altro cliente, invece, si cominciava dai colori dell’interno, etc. In tutti i casi si notava che le prime scelte erano ponderate ma più si procedeva più il cervello si metteva in una sorta di “power saving”, di fatto rinunciando a prendere decisioni e lasciandosi consigliare sul da farsi. Variando l’ordine delle domande i clienti potevano arrivare anche a spendere anche 2000E in più, se le scelte riguardanti le caratteristiche più costose venivano presentate alla fine.
Un’altra cosa curiosa presentata nell’articolo riguarda le persone povere. Queste sono molto più soggette alla stanchezza da decisione in quanto si trovano a dover effettuare molte scelte per poter ottimizzare le loro scarse risorse. Una persona agiata non esiterebbe troppo a comprare uno shampoo oppure un formaggio piuttosto che un altro. Una persona con poche risorse, invece, deve porsi molte domande e comparare diverse dimensioni (qualità, prezzo, quantità, etc.) per poter scegliere. Di fatto queste persone esauriscono molto prima la loro riserva di energia mentale quotidiana e questo contribuisce a farle restare nella loro condizione.
Infine, la dieta è una sorta di comma 22 di questo sistema. Per fare una dieta, infatti, ci vuole molta forza di volontà. Ma questa ha bisogno di essere ricaricata usando del glucosio… che non si può mangiare in quanto invaliderebbe la dieta stessa! Questo spiega perché, anche le persone più volenterose spesso crollano davanti ad una dieta abbastanza rigida.
Personalmente ho trovato questo articolo molto interessante perché potrebbe spiegare alcune cose che ho notato riguardo me stesso… Spesso, infatti, le mie mattinate non sono per nulla produttive. A meno di non avere qualcosa di ben preciso (ed urgente) da fare, non riesco ad organizzarmi al meglio.
Dov’è il legame con quanto detto nell’articolo? Io sono un tipo che non fa colazione. Mi alzo dal letto e vado direttamente in bagno per poi uscire, senza prendere neanche il caffè.
Il prossimo esperimento sarà, quindi, quello di iniziare a dedicare un po’ di tempo alla colazione. Se le cose funzioneranno, le mie mattinate dovrebbero iniziare a diventare molto più produttive del solito.
Magari ne scriverò i risultati in un prossimo post.
L’essere esperti di vini sembra essere qualcosa di molto alla moda. Lo si nota al ristorante dove si vedono persone far roteare il vino nel bicchiere per aerarlo, guardarlo come se fosse un’opera d’arte, assaporarlo lentamente per carpirne i sapori ed i profumi…

Ora, senza nulla togliere alla passione per il vino ed ai veri appassionati, credo che il 98% di questi sedicenti “esperti” (ce n’è sempre uno ad ogni tavolo!) non ne capiscano niente ma colgano sempre l’occasione per mostrarsi dei veri intenditori. Cosa che risulta particolarmente facile in questo contesto visto che mediamente è raro trovare qualcuno che ne capisca veramente.
Detto ciò, sembrerebbe che i ristoranti abbiano trovato un modo per sfuttare questa debolezza degli aspiranti sommelier per guadagnare un po’ di più.
Infatti l’esperto-non-esperto non consiglierà mai il vino che costa di meno: non sarebbe da lui. Tuttavia i vini di fascia alta presentano un rischio. Non capendoci niente potrebbe far pagare un sacco di soldi un vino che effettivamente non si addice a ciò che si ordina. Come reagirebbero i commensalli ad una bottiglia di vino da 60€ che risulta essere una schifezza abbinata al cibo che si sta mangiando?
Ed ecco il trucco: i vini “in seconda posizione” nella carta dei vini offrono un buon compromesso. Non costano uno sproposito ma neanche troppo poco. L’esperto-non-esperto può quindi operare la sua scelta senza apparire troppo pretenzioso e senza smascherare la sua ignoranza (probabilmente, per quel che ne sa, tutti i vini elencati sono uguali)
In realtà il ristoratore ha messo nella “seconda posizione” il vino più economico ma con un prezzo maggiorato. Ci penseranno gli esperti-non-esperti (ma anche chi non vuole apparire troppo “tirchio”) a garantigli un largo profitto visto che sceglieranno, nella maggiorparte dei casi, un vino in “seconda posizione”.
La prossima volta che andate al ristorante, quindi, se non volete veramente consigliare un vino costoso perché sapete di cosa state parlando, evitate di scegliere un vino “in seconda posizione”. Vi ritrovereste con qualcosa che qualitativemente è simile al vino più economico… pagandolo molto di più!